Il mito di Gilgamesh e la sanità mentale

Intervista a Roberta Pugno

 

Si è inaugurata il 30 aprile 2004 la mostra intitolata “Gilgamesh di fiero splendore”; la libreria Bibli di Roma (via dei Fienaroli) ha esposto fino al 30 maggio una trentina di tele e tavole a tecnica mista di Roberta Pugno, realizzando intorno ad esse una cornice ricca di eventi.

Metafora dell’origine dell’uomo e della sua eterna, affannosa ricerca sulla via della conoscenza, quella di Gilgamesh è tra le più antiche epopee cui gli studiosi siano riusciti a risalire. Nell’incontro con Roberta Pugno, i personaggi che la pittrice ha rappresentato magnificamente, e che risalgono a più di quattromila anni fa, ci attorniavano rendendo ancora più suggestiva la nostra conversazione…

 

Ciò che mi ha sempre colpito della tua arte è questa capacità che hai di legarla alla parola, cioè alla letteratura, alla storia dei miti e del pensiero umano. Ricordo le mostre sull’Orlando Furioso o su Giordano Bruno, per citarne due. E adesso torni a Gilgamesh, un tuo antico amore, anche se arricchito da nuove immagini…

Mi avevano proposto di preparare una mostra antologica per settembre. Poi Silvia Chiodi mi ha fatto conoscere questo libro, “I miti degli Inferi assiro-babilonesi”, che ha scritto insieme a Giovanni Pettinato. Allora mi è venuta voglia di riunire e di rielaborare le mie opere su Gilgamesh e sul mondo sumerico, allargando la ricerca ai miti assiro-babilonesi e affiancandola all’idea di presentare il libro durante la mostra.

 

Perché Gilgamesh ti affascina tanto?

Perché c’è un discorso di riuscita anziché di fallimento: Gilgamesh conquista la saggezza, inventa la scrittura… e perciò l’umanità acquisisce la speranza di realizzare cose grandiose da trasmettere anche agli altri!

 

Hai aggiunto varie immagini femminili, rispetto alla mostra del 1996 al Museo delle Mura Aureliane. Leggo i loro nomi sotto i tuoi bellissimi quadri: Tiamat, Aruru, Ninsun. Ci racconti chi erano queste donne nell’immaginario sumerico?

Ci sono più immagini femminili grazie al grande, inesauribile fiume che nasce da un altro mito, quello di “Amore e Psiche”. Ovvero una ricerca che contiene la proposizione nuova di un’immagine femminile che conosce, vuole conoscere, è costretta a conoscere un’identità maschile sana. Per rispondere alla tua domanda, Tiamat è la dea madre totale: dalla sua spartizione del corpo nasce il mondo, nella divisione tra cielo, terra e mare. Aruru è la madre terra. Mentre Ninsun è la madre di Gilgamesh, anche se la cosa più importante è che questa figura femminile interpreta i sogni! Nell’epopea di Gilgamesh c’è l’idea bellissima dell’ascolto dei sogni. Che ha una valenza predittiva, ma anche di una sorta di fiducia in quello che il sogno racconta. Un’idea che è stata quasi cancellata dalla storia

 

Lo stesso Gilgamesh eredita in qualche modo questo saper ascoltare i sogni. Gilgamesh e l’amico Enkidu si raccontano i sogni a vicenda…

Sì. E aggiungerei che la cosa più strepitosa è che addirittura se li interpretano reciprocamente. Il che sta ad indicare che non riuscendo a capire se stessi da soli, essi auspicavano una nuova conoscenza nel rapporto con l’altro! Originale poi è che loro affermino: “Ho visto un sogno…”.

 

Anche il rapporto tra donna e uomo nella tradizione sumerica è completamente diverso da quello che ci tramandano altri miti. Penso a un’altra immagine che mi ha colpito: Shamkhat, colei che trasforma l’uomo primordiale Enkidu in un uomo vero. Cioè la donna vista come unica strada affinché l’identità maschile si realizzi...

Certo. Vedi, già i Sumeri sono più bravi di chi ha raccontato l’origine dell’umanità dopo di loro, perché Enkidu non è un animale, ma un “uomo primordiale”! Cioè è uno che annaspa tra le gazzelle, è spaesato, ma non è un animale. Il che sta a significare che al limite nasciamo da una situazione di… indeterminatezza, ma sicuramente non nasciamo dalle bestie! Dicevi dell’incontro di Enkidu con la donna, con Shamkhat. Ebbene, Shamkhat fa una cosa semplicissima: si fa vedere nuda. Poi, attraverso sei giorni e sette notti d’amore, Enkidu diventa uomo.

 

Cosciente e non cosciente si fondono…

Forse si potrebbe dire che viene prima l’irrazionale: cioè l’amore, il sesso. Soltanto dopo arriva il saper fare le cose, cioè il razionale: Enkidu impara a vestirsi, a mangiare… Il contrario di Eva che dando la mela della conoscenza ad Adamo… frega lui e tutta l’umanità. Così nel testo più conosciuto, la Bibbia, che viene detto testo sacro, la donna e l’irrazionale diventano il male. I Sumeri non sanno nemmeno cosa sia il peccato originale: e siccome non sei macchiato all’origine, paghi o non paghi a seconda di come ti comporti.

 

Del resto Gilgamesh è la più antica leggenda conosciuta; viene prima della Bibbia, prima di Omero…

È la prima in assoluto. Siamo nel 2000-2500 avanti Cristo! La storia di Gilgamesh è grezza, brutale, spietata. Ho avuto la fortuna di vedere nel 1996 alcune delle dodici tavolette che la compongono grazie a Giovanni Pettinato che le ha scoperte! E sono dodici tavolette di ricerca: in cui si legge di un affanno continuo per cui si è portati a chiedersi come mai non stia mai fermo questo Gilgamesh! Lui deve sempre andare oltre, deve fare cose vietate, deve fare cose impossibili…

 

La scoperta è avvenuta nell’Iraq, quindi…

È in quell’area geografica che infatti si ipotizza l’origine dell’umanità. Ed è un’idea che mi appassiona molto: perché si parla di una civiltà pacifica… L’origine dell’umanità sarebbe non cannibalica, ma fondata sulla collaborazione. Una civiltà che nasce forse nel posto più assurdo del mondo, il deserto, dove però crea, attraverso l’intelligenza dell’uomo che ci porta l’acqua, addirittura i giardini di Babilonia! Ma l’acqua, ovvero l’architettura e l’idraulica, si realizza se c’è la collaborazione di tutti: e tutti sono importanti.

 

Anche se c’è un re

Che è anche uno sciamano. Altra idea che mi appassiona: il re è uno sciamano ed è più degli altri. Ma questo “essere di più” non lo usa contro gli altri (il famoso “mors tua vita mea”). Tanto che Gilgamesh, re di Uruk, cerca l’immortalità per il suo popolo… Oppure compie un’altra esperienza tipica degli sciamani: quella di andare nell’aldilà. Aldilà che rappresenta, come poi vedremo nel mito assiro-babilonese, la malattia mentale

 

E gli assirologi che dicono?

Pettinato non lo confesserà mai, ma la descrizione della regina degli Inferi, Ereshkigal, è la descrizione dell’immobilità, della catatonia, dell’assenza di giochi nell’infanzia, del pianto continuo, del buio. È una pazza! E l’arte arriva a rappresentare la malattia mentale. Per questo mi sono innamorata anche dei miti assiro-babilonesi

 

A te interessa molto l’aspetto, direi, psicologico…

Assolutamente. Pettinato e Chiodi sono due ricercatori rigorosissimi ma forse non sono d’accordo… Per fortuna ho avuto la libertà delle mie immagini, per cui ho potuto rappresentare Ereshkigal con le mani nei capelli, che urla il suo abbandono e scende infuriata dal trono... Oppure, tornando a Gilgamesh, ho potuto rappresentare Khubaba e il suo potere di dare la “spossatezza fisica” a chiunque tenti di penetrare nella sua Foresta. Cos’è che Gilgamesh deve affrontare in quella impresa se non la depressione?

 

Oltre alla letteratura e alla storia del pensiero, le tue opere contengono dunque tanti riferimenti alla ricerca sulla psiche, come se il cammino dell’essere umano fosse tutto volto a scoprire la propria mente

Diciamo che la ricerca sulle immagini è ricerca sulla psiche. Ci sono gli stimoli che mi muovono a dipingere (e può essere un suono, una parola, un incontro…), c’è questa spinta interna a dare espressione comunque a un mio movimento personale, c’è questa urgenza di fare immagini, le più belle, le più profonde, le più sane possibili… Ma ci sono anche le domande: da dove vengono le immagini? Cos’è un’immagine onirica? E ancor di più, cos’è un’immagine non onirica?

 

Una “immagine inconscia non onirica”.

Certo.

 

Così arriviamo al tuo rapporto con l’Analisi collettiva di Massimo Fagioli…

Rispetto a Massimo Fagioli posso dire che ho dovuto mettere continuamente tra parentesi il mio essere pittrice, perché quando ero “soltanto” pittrice non andava bene… Ho dovuto ritrovare un coraggio, un’integrità, per poi andare a vedere quali tele posso realizzare. L’Analisi collettiva è una fonte inesauribile di movimenti e l’immagine è movimento. Quindi sono una ladra. Non sono una pittrice, io sono una ladra di professione!

 

La ricerca della sanità mentale di cui parli è contraria al luogo comune che vede l’artista come qualcuno necessariamente “dannato”, sofferente. Tu affermi invece che più si è sani più si diventa artisti?

L’artista non è normale. Allora hanno detto che è matto. C’è invece la teoria di Fagioli che sostiene che si può essere non normali e sani. Allora si ribalta tutto: l’anormale che vive del mondo interno, può gioire di un mondo interno sano e migliorare sempre di più. Mentre gli artisti, quando sono depressi, rifanno sempre lo stesso quadro… Solo un artista sano può avere una vita di crescita e, con tutta l’emozione che mi dà questa parola, di trasformazione.

 

(Nuova Agenzia Radicale, 01/05/04)© Paolo Izzo

 

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