Il dolce di una donna contro l’amaro della mafia

Intervista con Andrea Porporati e Annio G. Stasi

 

Il dolce e l’amaro di Andrea Porporati è stato in concorso alla 64esima edizione del Festival del Cinema di Venezia, dove i critici nostrani, sempre poco propensi a dismettere il loro sguardo da precettori quando si tratta di cinema italiano e molto inclini a osannare film che arrivano invece dagli antipodi del nostro Paese, sono stati tiepidi nell’accogliere questa opera seconda del regista e sceneggiatore romano. Diversa la reazione del pubblico, a Venezia come nelle 260 sale in cui viene proiettato da mercoledì scorso. A chi il cinema italiano piace ancora e continua a vedere in film come questo una sincera ricerca di stile, di identità e un lavoro non casuale su quello che da qualche tempo va di moda chiamare “il linguaggio delle immagini”, Il dolce e l’amaro colpisce subito per la genuina semplicità della storia e per la sceneggiatura, inedita e profonda; nonché per l’intensità delle interpretazioni, a partire da Luigi Lo Cascio, Donatella Finocchiaro e Fabrizio Gifuni, fino agli attori non protagonisti. Poco prima della presentazione ufficiale del film a Venezia, ne abbiamo parlato con Porporati e con Annio Gioacchino Stasi (co-autore di soggetto e sceneggiatura).

 

Saro Scordia (Luigi Lo Cascio, bravissimo) è un ragazzo di strada, nella Palermo degli anni Ottanta, alla ricerca della propria identità. Pensa di averla trovata nell’incontro con un boss di fila di Cosa Nostra, che lo prende sotto la propria ala protettrice e lo avvia a una “carriera” di soldato della malavita, ma sarà costretto a ricredersi molto presto…

 

Andrea Porporati: Saro “vende l’anima” diciamo così alla mafia, anche se il film non è soltanto sulla mafia, ma sull’autoritarismo in genere, cioè una struttura che ti promette che deciderà per te, che ti fornisce un’identità in cui tutto è già stabilito e tu, in cambio di obbedienza, avrai rispetto, potere ma soprattutto avrai un’identità forte.

 

Annio G. Stasi: Il protagonista del film, un personaggio molto fisico, sincero che Luigi Lo Cascio interpreta molto bene e in modo completamente diverso dal passato, compie un percorso verso quella che considera un’immagine di identità. Nel Sud, ancora oggi, c’è chi ritiene la criminalità un’identità, altrimenti non si capirebbe come la mafia riesca a gestire ampie zone del territorio del nostro Paese. Dall’altra parte non si ha, dello Stato, della legalità, un’immagine che possa risultare vincente, qualcosa cioè che al di là della retorica abbia dietro una sostanza forte: chi si presenta con un’identità di contrapposizione, penso a uomini come Falcone e Borsellino, spesso viene lasciato solo, abbandonato.

 

All’inizio del film, il padre di Saro (Vincenzo Amato, rivelazione di Nuovomondo), prima di morire ammazzato, dice al figlio: “Ricordati che c’è il dolce e l’amaro”. Con poche parole cerca di metterlo in guardia rispetto a quelle illusioni che vengono prospettate a un aspirante malavitoso…

 

Porporati: Ovviamente Cosa Nostra promette soltanto il dolce del potere e della ricchezza, mentre l’assassinio, la galera e la morte devono rimanere sullo sfondo. Sembra una banalità, però credo che questo antico proverbio riguardi anche tutti noi: il film soprattutto racconta gli anni 80, anni di una ubriacatura che ci ha convinto che dobbiamo espellere tutto ciò che è sofferenza dalla nostra vita, e proteggerci dall’amaro. Vivendo continuamente nel tentativo di essere all’altezza, di difenderci. Nel caso del mafioso è anche un difendersi con le armi, nel nostro caso è un difenderci nevrotico che poi crea vite infelici.

 

Stasi: La mafia al suo interno è un’istituzione fortissima, oltre ovviamente per il potere economico, ma anche perché prende delle cose dalla realtà, rovesciandole in negativo e in maniera estremizzata: nella mafia trovi la gerarchia, la legge, la religione, tutti elementi istituzionali… Noi abbiamo cercato di toccare questo punto: cioè che dietro questa identità apparentemente vincente non c’è una vera identità. Ci sono degli uomini che uccidono, ma non solo: costruiscono dei rapporti completamente falsi e tra l’altro hanno un rapporto con la donna praticamente inesistente. E’ stato come smontare una formazione e far vedere la crisi di un’identità e questo non in un boss mafioso, ma in una figura diciamo così minore.

 

Porporati ha detto, di recente, che il film racconta appunto una storia di de-formazione, più che di formazione: Saro si rende conto pian piano di quanta violenza gratuita, di quanta stolidità ci sia nella vita di un mafioso; una vita dis-umana, ossessivamente al maschile. E decide di uscirne, in qualche modo…

 

Porporati: Direi che, quasi naturalmente, è venuta fuori una storia non moralistica. La scelta finale di una vita normale, anzi meglio civile, di civiltà, non è una folgorazione sulla via di Damasco. Non ho mai sentito di un “pentito” che prima si sia pentito e poi abbia deciso di uscire dal sistema mafia, ma è una scelta che avviene nel momento in cui queste persone sono costrette a fare una vita normale: trovandosi a farla, scoprono di stare meglio. Come chi è stato in guerra per anni senza rendersene conto e di colpo si trova nella pace. Saro ha fatto delle scelte quando era molto giovane, quando la libertà in qualche modo gli faceva paura. Avere un padrino, un capo che ti dica come va il mondo è un modo per stare tranquilli, un sistema per non dover scegliere più. La mafia è uno dei pochi sistemi che ancora fa perno su una visione autoritaria, sposata a una forma di superomismo mediterraneo, tanto che questi ragazzi vengono scelti in base a quelle che sono ritenute delle qualità: coraggio, violenza, ma anche capacità di stare al proprio posto, di accettare l’autorità. Te lo fanno capire dicendoti che il mafioso è diverso, che è un lupo in mezzo alle pecore ed è nella sua natura fare preda delle pecore, le quali sono anzi contente di essere governate dai lupi. Ti vendono una specie di fascismo in salsa spicciola, come a dire: siamo di un’altra razza.

 

Diversamente dalle epopee proposte in passato, soprattutto dal cinema americano, Il dolce e l’amaro non indulge mai sul mafioso, per farne quasi un eroe, anche se in negativo. È una storia raccontata in maniera quasi semplice, anche se va molto nel profondo…

 

Stasi: Abbiamo cercato di rappresentare il vissuto drammatico e a tratti addirittura comico di un criminale, che magari può persino assomigliare alla vita in generale. Chiaramente nel loro caso è tutto molto estremizzato: la narrazione del criminale è una narrazione che tende a colpire perché parla di qualcuno che va al di fuori della norma e il pubblico non vuole che si rappresenti la banalità del quotidiano. Nel nostro caso la scommessa è di raccontare la naturalità terribile della quotidianità di un criminale: per raccontare il crimine organizzato potrebbe avere un’efficacia maggiore piuttosto che uno sguardo di tipo morale… I mafiosi sembrano dei pastori illetterati che mandano pizzini, magari ti inquietano perché hanno uno sguardo gelido, un modo di fare apparentemente normale, poi ogni tanto gli scappano delle battute da cui capisci che vanno a toccare altre cose, perché evidentemente sanno che quando dicono qualcosa, quel qualcosa accade nella realtà. E i loro soldati sono ragazzini di vent’anni, penso a Duisburg, che ammazzano sei persone! I film americani, più che altro, costruiscono dei drammi elisabettiani sulla mafia: la grande famiglia, il Padre, etc. Alla fin fine sembra sempre che ci sia qualcosa di importante, di sostanzioso che regge tutto; oltre al fatto che ci sono attori come Al Pacino, Marlon Brando e Robert De Niro, cosa che tra l’altro piace molto ai mafiosi, che si vedono rappresentati da attori di quel calibro con una esaltazione di carattere quasi epico. Ne parla anche Roberto Saviano nel suo Gomorra: molti criminali napoletani si ispirano agli attori cinematografici nel modo di vestire, nel modo di gestire la propria immagine.

 

Per fortuna arriva Ada (Donatella Finocchiaro, insostituibile per questi ruoli) che, pur comparendo in poche sequenze del film, rappresenta la via d’uscita, un diverso percorso di identità. Soprattutto perché non vuole incarnare il cliché della donna del Sud, rassegnata al suo ruolo di madre e di moglie di un mafioso. Come a dire che ci vuole un’immagine femminile per ribellarsi alla mafia?

 

Porporati: Sia il personaggio di Stefano Massirenti (Fabrizio Gifuni, ndr.), sia Ada vengono dalla stessa strada di Saro. Eppure scelgono ciascuno un percorso di vita diverso: l’ex rivale in amore diventa un giudice, lei un’insegnante di scuola. E questo serve per ribadire ancora una volta che non è affatto scontato che l’identità di delinquente sia l’unica disponibile nella cultura del Sud. In più, Ada ama Saro, ma gli oppone continuamente un rifiuto. È la visione femminile delle cose, visione che nel mondo mafioso è sovversiva di per sé e che Saro è costretto ad allontanare per tenere al sicuro la propria identità posticcia. La Famiglia sceglierà un’altra donna, più giusta per lui; così come è la Famiglia che gli dice com’è il cielo, se c’è il sole o c’è la luna. Però quel principio “sovversivo” rimane lì, in sottofondo, a minare il castello di carte che Saro si è costruito o gli hanno costruito. Nel momento in cui la violenza raggiunge livelli che lui non aveva immaginato e gli pseudo-valori che gli avevano inculcato mostrano la loro faccia terribile, arriva la crisi e lui, quasi naturalmente torna a cercare Ada.

 

Concludiamo con una battuta, a proposito. Visto che si dibatte tanto di una presunta, ennesima crisi di identità del cinema italiano, forse anche in questo caso servirebbe un’Ada. Un percorso di uscita cioè da un universo generalmente al maschile, verso la riscoperta dell’immagine e dell’identità femminile…

 

 (Nuova Agenzia Radicale, 10/09/07)© Paolo Izzo

 

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