La Tempestad di Cotroneo, un luogo dell’inconscio

(Roberto Cotroneo, “Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome”, Mondadori 2002)

 

 Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome di Roberto Cotroneo (Mondadori, pp. 322 - 16,40 €) è un cerchio che si chiude, “un romanzo circolare”. Così lo ha definito lo stesso autore in una affollata libreria dal sapore di antica bottega, Libridea, mentre presentava il libro agli “allievi” (ma non solo) dei suoi corsi di scrittura.

Quella sera di ottobre, a Roma, nei pressi di piazza Bologna, c’era un’atmosfera informale, scevra dai soliti pomposi interventi di critici e studiosi della materia, anzi vivacizzata dalla presenza rumorosa dell’attore Riccardo Rossi, divertentissimo mediatore della serata, che salvava la platea con verve comica dalle domande vagamente marzulliane di alcuni astanti o dagli interventi agguerriti di quei fans che di Cotroneo volevano sapere proprio tutto!

Quella sera, in una presentazione-intervista, sono venute fuori delle cose interessanti tra lo scrittore e i suoi lettori, su questo libro gigantesco, in tutti i sensi. Che qualcuno ha definito marqueziano e qualcun altro baricchiano, ma che per chi lo legge rimane soltanto un bellissimo romanzo, dove ciascuno ha un tema da scegliere, uno strumento da suonare, proprio come se fosse una sinfonia.

Vabbè, anche un romanzo circolare, per non fare torto alla definizione dello stesso autore! E forse questa circolarità sta soprattutto nella ripresa del tema della musica da parte di Cotroneo (si ricorderà Presto con fuoco, di sette anni fa; solo che stavolta c’è Beethoven e non più Chopin). Oppure nelle vicende del misterioso protagonista che da Tempestad parte e a Tempestad fa ritorno e scava per tutto il tempo nella propria memoria con l’aiuto di quelli che incontra: come la musicista inquieta e il giocatore di scacchi. La prima, turbata e perturbante, Chiara (solo nel nome), conduce un quartetto d’archi verso l’impresa impossibile di suonare alla perfezione la Grande Fuga di Beethoven. Appunto, Beethoven, che compose quell’opera quando non poteva più sentire… con le orecchie. Il secondo,  Donald Byrne, che vive sulla nave Scirocco, pare che abbia perso una fatidica partita con un Bobby Fischer tredicenne e che continui a giocare con lui, ormai super-campione di scacchi, via internet. In mezzo a loro e a tantissimi altri personaggi, c’è Luis, prima nel quartetto, poi sulla Scirocco, squassato da una tempesta di emozioni. Dopo aver cercato inutilmente di seppellire i ricordi, di cambiare vita più e più volte, di capire i propri sogni. Che forse ama Chiara, ma fa l’amore con Giorgia. Che ha la sola certezza di dover suonare il violino. Per non impazzire.

Ecco, è questo il tema che ho scelto io, anche perché attraversa tutto il romanzo: la pazzia. Sebbene sia piuttosto diffusa l’idea errata che la pazzia debba essere il motore dell’arte vera, della poesia, l’autore sembra voler rovesciare le parti e, forse inconsapevolmente, compie un’operazione del tutto opposta: semmai attraverso la poesia, il linguaggio finemente poetico, Cotroneo riesce a intuire e ad affrontare alcuni aspetti del malessere umano. Primo, la paura di morire, cioè di impazzire, descritta con l’immagine dei giocatori di scacchi che a Tempestad pareggiano sempre o, meglio ancora, con i giocatori di scacchi di tutto il mondo che fuggono dalla scacchiera quando raggiungono la consapevolezza di essere prossimi a subire un “matto”! Poi il falso rifugio dalla follia che taluni trovano nell’“indifferenza”, come il personaggio di Byrne e talaltri nella “razionalità”, come la stessa Chiara. La quale ciononostante impazzisce ugualmente, oltre che per l’identificazione con la madre, per l’ossessione della morte della sorella gemella, di cui si sente responsabile diretta… E ancora, la “regressione” di Luis verso Tempestad, un luogo dell’inconscio più che una vera città, che gli consente di recuperare uno stato di sanità antico ed una creatività che gli farà da scudo. Quando vorrà, in un’intervista chiederò a Roberto Cotroneo se il suo personaggio arriva a intuire queste cose perché si interroga continuamente sui sogni o perché fa cadere il mito della psicoanalisi tradizionale, totalmente incapace di dare un senso al mondo dell’inconscio…

Per adesso chiudo con la speranza che la narrativa italiana stia tornando a produrre romanzi da leggere con la mente e non solo con gli occhi. E con l’invito ad “ascoltare” il romanzo di Cotroneo. Perché è una musica di parole che sentiremmo dentro, anche se dovessimo perdere l’udito.

 

(13/12/02)© Paolo Izzo

 

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