Le radici culturali del vecchio continente sono da rintracciare nel più antico substrato pagano e “meticcio”della nostra cultura. Ecco la tesi del direttore di Mondoperaio

 

Un’Europa arlecchina

Intervista a Luciano Pellicani

 

L’Europa moderna ha radici pagane. Lo sostiene nel suo ultimo libro Luciano Pellicani, docente di sociologia politica alla Luiss di Roma e direttore di Mondoperaio. «È una tesi sostenuta anche dai teologi», afferma lo studioso, «per Kierkegaard tutta la filosofia moderna, a partire da Cartesio, non è altro che neopaganesimo. E neopagana è anche l’idea del conflitto tra Atene e Gerusalemme, cioè tra ragione e rivelazione. Due culture contrapposte e inconciliabili. Quella della fede domina la nostra società fino all’XI-XII secolo e la sua massima espressione è la Divina Commedia. Poi però arriva Boccaccio, che valorizza “questo” mondo rispetto all’altro mondo, di cui non parla mai, mentre il principio fondamentale del cristianesimo è il contemptus mundi, il disprezzo della realtà terrena. Oggi colpisce la schizofrenia di un’America dove il cristianesimo è molto vitale eppure si sacrifica tutto a Mammona, cioè al dio denaro».

 

In Le radici pagane dell’Europa, edito da Rubbettino, sostiene che la Città secolare si è staccata dalla Città sacra in nome dei diritti dell’homo naturalis, primo fra tutti quello che Popper ha chiamato «il diritto d’errore». Ovvero?

 

Il cristianesimo ha iniettato un virus terribile con sant’Agostino, che ha detto che la libertà di errore è libertà di perdizione. Il diritto a essere “eretici”, cioè a scegliere autonomamente, che Salvemini pone giustamente come libertà fondamentale, non è concesso. E gli eretici si devono «liberare dallo spirito di perdizione da cui sono posseduti ». È impressionante che questa demonizzazione non riguardi solo pagani o ebrei, ma anche gli stessi cristiani eretici. Come potrebbe un’Europa ormai “meticcia”, che tra 50 anni sarà addirittura Arlecchina, avvalersi di tali radici? Intendiamoci, il cattolicesimo del Concilio vaticano II è diverso da quello del Sillabo e la Chiesa oggi si impegna per la tolleranza.

 

Non sarà una mossa per sancire un’alleanza tra fede e ragione e esercitare un potere sulla sfera intima delle persone?

 

Gestire la parte irrazionale è sempre stata la missione della Chiesa cattolica. Prima lo era in nome della fede, adesso anche con la ragione, che rafforza la fede stessa. Una soluzione un po’ subdola. Il volume di Giovanni Miccoli In difesa della fede racconta come negli ultimi venti anni la Chiesa abbia adottato una strategia volta a recuperare ciò che aveva perduto, come il controllo del Parlamento, in modo che legiferi in accordo con i dettami della Chiesa. L’esempio più recente è quello di Ruini, che vuole rivedere la legge sull’aborto. D’altronde è sempre di Ruini l’auspicio di un «superamento della fase storica del laicismo e del secolarismo». Ma bisogna riconoscere che c’è anche una parte di cattolici liberali, che vedono nella laicità «una garanzia per la religione », come scrive il priore di Bose. E poi aggiungo che al cristianesimo va fatto risalire il principio della caritas, inesistente nella cultura pagana. Anche il movimento socialista è tributario dell’idea cristiana della solidarietà verso gli umili.

 

La solidarietà non può prescindere dalla religione?

 

Anche se nel mondo pagano se ne vede poca, è una verità da tener presente. Ne parla Schopenhauer quando, polemizzando con l’etica kantiana, sostiene che alla base dell’etica ci sia il sentimento di compassione dell’individuo verso chi soffre.

 

 (Left n.43, 26/10/07)© Paolo Izzo

 

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