La resa di Bologna
(Luigi Bernardi, “Macchie di rosso”, Editrice
Zona 2002)
«Nella storia di Bologna c’è un prima e un dopo
l’assassinio di Francesca Alinovi, quel delitto è la
radiografia di una frattura». Così esordisce Luigi Bernardi
nel prologo del suo saggio-racconto, aggiungendo che
il suo oggetto è «la storia di una resa senza condizioni, come sia stata
chiesta, ottenuta, messa a profitto. E come, di quella resa,
rimangano, e sempre più sbiadite, solo alcune macchie di rosso».
La resa è
quella di Bologna e dei suoi abitanti, la cui “diversità” dal resto della
penisola si affievolisce via via. I duri colpi della
storia conducendola verso un’omologazione inesorabile; la sinistra che si
sfalda e perde consensi, i cittadini che “emigrano” per lasciare il posto agli
studenti universitari, la cultura che si indebolisce a
furia di ignobili programmi televisivi. Nel tracciare questa resa, di cui il
delitto Alinovi è insieme pretesto e sfondo
inquietante, Bernardi si lascia condurre dalla sua
bicicletta gialla attraverso il “corsivo” dei ricordi, mentre secca e “tonda”
fluisce la cronaca degli eventi infausti che caratterizzarono
gli anni ottanta e i seguenti, a partire dalla strage alla stazione
ferroviaria. Tra le righe in cui egli racconta assai bene l’atmosfera del
passato, i portici delle tranquille passeggiate, i bar delle partite a carte,
irrompono improvvisi e laceranti gli episodi di sangue, quando meno te li
aspetti, con tutto il loro carico di dolore. Sono come dei flashback; sembrano
anzi le fotografie che la polizia fa scattare sui luoghi dei delitti, per gli
archivi e per le indagini. Nessuna didascalia e anche il commento è lasciato
alle pagine successive, come a voler imprimere soltanto un’immagine macabra,
una sensazione orrenda.
2 agosto
1980, ottantacinque persone trovano la morte per l’esplosione di un ordigno
alla stazione ferroviaria.
12 giugno
1983, Francesca Alinovi viene
assassinata nel suo appartamento con quarantasette coltellate.
Non c’è
nessun legame e nessun confronto è possibile, eppure Bernardi
ripercorre il prima e il dopo di entrambe le follie
per evidenziare come da quegli anni tutto sia mutato: «La strage alla stazione
pone fine a un decennio difficile fatto di contrasti
(…) Le conseguenze della strage non si fanno aspettare, Bologna è come se si
togliesse di dosso i panni della diversità, gli stessi così ostinatamente
difesi contro i giovani dei movimenti autonomi (…) Tre anni più tardi, quando è
uccisa Francesca Alinovi, il futuro è pronto per
cominciare».
Non cerca lo
scoop, non vuole fare notizia: Bernardi descrive la
realtà per quella che è stata e per quella che è sotto gli
occhi di tutti. Indugiando talvolta nel racconto delle
sue attività editoriali e giornalistiche, dei suoi tentativi continui di
diffondere afflati di cultura nella sua Bologna vessata. La denuncia
arriva poi, come en passant, e sembrerebbe riguardare soltanto il capoluogo emiliano;
mentre è cartina di tornasole di una situazione assai più generalizzata.
La presa di
Bologna da parte dell’Università e della Fiera, poi dell’Aeroporto e delle
immobiliari, fino all’insinuarsi della Curia che con le dichiarazioni
altisonanti del cardinale Biffi (“Bologna è una città sazia e
disperata”) entra a far parte dei poteri forti della città… A fare da contorno
arrivano gli innumerevoli negozi di abbigliamento tutti uguali al posto delle
piccole botteghe; oppure le imponenti e coloratissime manifestazioni come il Motorshow e il Futurshow che
fanno da contraltare ad una giunta comunale bizzarra,
dove l’assessore alla cultura è una commerciante di cioccolatini e champagne e
l’assessore alla sicurezza è prima il capo di una società che vende servizi di
sicurezza alle aziende (sic!) e poi un playboy-editore…
Farebbero
persino sorridere le cronache di Bernardi sulla
storica Bologna che perde la sua bella storia, se non
fosse che l’amaro non fa sorridere, ma storce soltanto la bocca. Fanno montare,
anzi, una sana rabbia, anche se il tono non è mai violento o aggressivo,
nemmeno quando scrive che il piano dell’attuale Governo è diventato sempre più
pericolosamente simile al “Piano di rinascita democratica” della loggia P2:
«rafforzamento autoritario del potere istituzionale, direzione dei mass media,
riduzione del potere dei sindacati, controllo della magistratura. E lo è diventato conquistandosi il favore privato della
maggioranza degli elettori, ormai telespettatori di un presente senza memoria,
in Italia come a Bologna»!
Chi non vuole
dimenticare proprio ogni cosa, può cominciare leggendo questo saggio racconto
(ho tolto volutamente il trattino!) di Luigi Bernardi:
per ritrovare la memoria, per non arrendersi.
(21/1/03)© Paolo Izzo
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