L’INGEGNERE

(Vincitore Premio Playboy ’93 – Pubblicato su «Playboy» nell’agosto 1993)

 

 

Caldo, troppo caldo. Se non fossi qui per questo collaudo, passerei tutto il giorno sdraiato; al sole o a letto. Rio de Janeiro è piena di italiani ed anche io sono italiano. Mi sento tanto turista.

Vorrei sapermi comportare come la maggior parte di questi attempati signori, tutti alla ricerca di qualche brasiliana da cui farsi strapazzare per pochi cruzeros. Ma forse preferisco camminare con i miei occhiali scuri, noncurante degli sguardi che mi attraversano e mi percorrono tutto il corpo. Sembra che tutte qui vogliano scoparti. E credo di comprendere come deve sentirsi un’italiana che giri da sola per le strade di qualche cittadina del suo Paese.

Raggiungo l’edificio con l’aria condizionata della Edil Corporation, nel lussuoso quartiere di Ipanema.

Fresco, troppo fresco. Il sudore mi si gela addosso ed è come se avessi appena sfebbrato. Mi sento debole e gioco per alcuni secondi con il mio riflesso nel vetro di una grande porta, passandomi una mano tra i capelli e sulla fronte imperlata di goccioline.

Entrato nella sala delle riunioni, saluto il gruppo di ingegneri tra cui mancavo soltanto io; mi accorgo di essere in ritardo e chiedo scusa stancamente:

«Ho camminato piano, per non svenire in strada».

I quindici signori, una sola donna, sorridono, per non farmi pesare la loro attesa. Sono pur sempre il loro capo e avrei potuto lasciarli qui anche mezza giornata.

In un’ora espongo il programma per i prossimi giorni ed il lavoro che mi aspetto da ciascuno di loro; poi saluto di nuovo e così come ero entrato, senza guardare nessuno in volto, me ne vado.

 

È quasi sera. Sdraiato sul lettone di questa camera d’albergo bellissima ed uguale a tutte le altre, aspetto con indolenza che il mio corpo si asciughi dall’acqua della doccia. Tra poco uscirò: la mia seconda vita. Notturna e dissoluta, come in quei film dove c’è un agente segreto che di giorno fa finta di lavorare come impiegato e di notte fa sul serio.

Squilla il telefono, distraendomi. È una delle mie colleghe, l’unica mia collega donna; carina, ma niente di speciale; un bel fisico forse, ma sicuramente un paio di occhialoni antiestetici da finta seria. Si chiama Federica e mi sta chiedendo se può salire in camera mia. Le rispondo che sì, può raggiungermi, anche se avrei voluto dire che non se ne parlava nemmeno.

Deve essere intimidita dal trovarmi con addosso solo un asciugamani azzurro dell’albergo, ma cerca pateticamente di sembrare sfacciata. Mi dice che l’azzurro mi dona, con un risolino isterico e stupido.

Vorrei chiuderla fuori e invece la faccio entrare.

Non sembra che lei abbia molto da aggiungere, né a me va di dire nulla. Poi mi sorprende, anche se dovevo immaginare:

«Voglio passare la notte con te».

«Tutta la notte magari no, ma serviti pure» rispondo, sentendomi autenticamente ridicolo e pensando di nuovo all’agente segreto. Ridicolo e involontario.

È ovvio adesso che lei inizi a spogliarsi, che si tolga gli occhialoni e che assapori con gusto tutta la mia meraviglia nello scoprirne per la prima volta gli occhi intensi ed il corpo perfetto e sinuoso. Ed è sufficiente che il mio pene inizi a svegliarsi dal suo torpore forzato, perché l’asciugamani azzurro abbandoni i miei fianchi e scivoli sulla moquette marrone; in un ignobile contrasto di colori.

Federica mi fissa, forse per l’insperata prestanza che si staglia dinanzi ai suoi occhi, forse per la mia crudele inamovibilità. Si avvicina con lentezza, il suo respiro è irregolare. Vorrebbe tuffarmisi addosso, credo, ma aspetta che sia io a muovere per primo.

Le afferro i seni, troppo violento forse. Le mie mani sono più calde del suo corpo liscio e giovane, le lascio scorrere sicure su tutta la sua pelle. La bacio e non vorrei, riempiendole la bocca con la mia lingua avida. E le ginocchia di Federica cedono per un istante. Un suo sospiro lunghissimo e siamo di traverso sul mio letto, insaziabili l’uno dell’altra, in cerca di tutti gli angoli del piacere, senza nemmeno sfiorare i più scontati. Lecco il suo corpo, come un forsennato, fino a che la mia lingua è ruvida come quella di un gatto e mi viene da tossire per il sapore dolciastro del bagnoschiuma di lei. Ormai distratto, guardo in giù, verso il mio pene, per sincerarmi che almeno lui continui a resistere. E lui è lì, egregiamente teso e gonfio e pulsante, in spasmodica attesa di sfogarsi. Anche Federica lo guarda, al culmine dell’eccitazione. Vorrebbe toccarlo, baciarlo, leccarlo, ma io la respingo accrescendo il languore dei suoi occhi già febbricitanti.

E all’improvviso sono dentro di lei, in un solo momento, come in un abbraccio caldo, come una lama che affonda nel burro tiepido. Federica mugola snodandosi e contorcendosi sotto di me, ora stringendomi, ora aggrappandosi alle lenzuola come se stesse soffrendo. La stanza è piena dei suoi sospiri e delle sue parole incomprensibili. Incomprensibili per me che non riesco quasi più a connettere, che cerco di toccare il suo centro, che spingo e sferzo colpi sempre più violenti fino a farla sussultare, che le mordo il mento, che le strizzo le mani e i seni, mentre lei ora grida incontenibile e sorride gioiosa. Ed io che non resisto più, la vedo bellissima con gli occhi socchiusi, ne sento il profumo inebriante, la voce sottile che geme al ritmo dei miei affondi e vorrei continuare all’infinito, ma non resisto più. Al diavolo la concentrazione, al diavolo l’impegno a resistere.

Godo. E tossisco ansimando e sbuffo. Federica che ancora sotto di me si dimena, adesso più dolcemente, con i suoi incisivi leggermente disuniti che spuntano dalle labbra dischiuse e vogliose, ed emette lunghi sospiri, profondi, e la sua voce adesso è calda e pastosa.

Ma è come se ai miei occhi non fosse più bella come prima e la sento distante e vorrei che sparisse in una cortina di nebbia. Puff.

 

Ho detto a Federica di andarsene, di lasciarmi perché ho un appuntamento, e puntualmente lei era contrariata, la sua aspettativa di rimanere tutta la notte con me, improvvisamente delusa. Piena di orgoglio, si è rivestita senza dire una parola ed è uscita da questa suite sbattendo appena la porta.

In realtà io posso anche non uscire affatto: ho abbastanza cocaina per questa notte. Posso rimanere in camera e godermela fino a domattina e guardare Rio dall’alto e magari nel pomeriggio cercare di nuovo Federica.

Mi alzo indolente, trascinandomi nel salottino della mia suite. C’è un tavolo piccolo di marmo con uno specchio sopra: sembra tutto perfettamente pronto per il compimento della mia seconda vita. E di nuovo l’immagine stupida dell’agente segreto.

Svuoto per metà la boccetta d’argento con la mia polverina e già mi sembra di sentirne il gusto di vuoto.

Con sapienza divido la montagnola rosata con una lametta da barba; un gesto abituale ormai. Sei strisce lunghe e larghe per cancellarmi la mente. Per credermi morto. La prima sniffata, con forza, per non pentirmi. E già il vuoto che mi prende e il sapore amarostico in gola e le gengive intorpidite. E subito la seconda striscia, con l’altra narice, per non fare favoritismi, penso ridacchiando, già stupido.

Sono al centro dell’universo, mi sembra, ma anche troppo razionale per crederci veramente; mi rilasso un attimo.

Squilla il telefono, di nuovo. Drin, drin, drin, drin. Troppo insistente per lasciarlo suonare, troppo fastidioso per continuare a farmi torturare. Potrei staccarlo, ma rispondo. Di nuovo Federica, e di nuovo le dico di salire; ha dimenticato qualcosa? Non riesco nemmeno a rispondermi.

Il suo pugnetto alla porta ed il mio cervello che amplifica i suoni. Apro ed è proprio lei, un broncio ostentato ed i movimenti incerti.

«Già dormivi?» mi chiede.

«No, sniffavo» e rido forte.

Lei sembra interdetta, stupita. Mi chiede di ripetere. Ed io ripeto, ridendo ancora più forte, aggiungendo che, se vuole, può tenermi compagnia.

Federica alza troppo la voce ed io le chiedo di calmarsi perché non è così drammatica, questa situazione. Ma inizia a piangere, come tutte le donne che non sanno più cosa fare.

Cerco di rimanere serio, anche se mi è molto difficile. Le sussurro che va tutto bene, che non si deve preoccupare, ma lei non smette di frignare. La schiaffeggio, più forte di quanto volessi. Federica trattiene il respiro, sorpresa, la sua guancia subito rossa ed una lacrima sospesa sulle ciglia.

Le accarezzo il viso, senza dire una parola, sperando che anche lei non ne aggiunga.

La bacio, piano. E anche lei bacia me, dopo una brevissima resistenza infantile.

Le prendo una mano, conducendola vicino al tavolino di marmo con lo specchio. E lei non si oppone più; ha una gocciolina sulla punta del naso. Le dico di aspettarmi e Federica rimane ferma, con lo sguardo fisso sulle quattro colonnine di coca.

Cammino piano verso l’armadio, cerco un fazzoletto con le mie iniziali e glielo porto; tutti i movimenti con lo stesso ritmo, l’effetto della droga sempre più incalzante.

«Soffiati il naso» la prego.

Adesso è tutto pronto per insegnarle le semplici operazioni da compiere per diventare come me, per trasformarsi in un essere vuoto e insaziabile.

 

Immobili, abbracciati come due vecchi amici, parliamo e diciamo cose senza senso. Federica confessa che avrebbe voglia di ballare ed io che voglio prenderla in questo istante, senza aspettare un solo secondo. Sembra d’accordo, la sua mano è già sotto i miei testicoli e li massaggia. Lentamente appoggia la testa sul mio addome e inizia a parlare con il mio sesso, escludendomi dalla conversazione. Allora cerco di resistere all’eccitazione crescente, ma Federica ha già smesso di parlare e mi sta leccando e suggendo; con pazienza, consapevole che da un momento all’altro non potrà più contenermi tutto nella sua bocca, come adesso.

Le accarezzo i capelli, mentre il mio membro si erge piano piano, assaporando ogni attimo di questa memorabile chiacchierata.

Le sue labbra sono sicure nella presa, i suoi denti insensibili per la cocaina premono sul glande oramai al massimo della tensione. All’improvviso Federica si alza, magnificamente nuda, i suoi seni con il capezzolo all’insù che sembrano richiedere i miei applausi, i miei occhi lucidi; il ventre le ondeggia lieve al ritmo del suo respiro, del nostro respiro.

Si avvicina a me decisa, come se fosse l’unica cosa da fare in questo momento, e tenendomi il viso con le unghie, se lo porta in grembo, affondandolo nel monte di Venere. Umido e odoroso, come se fosse vivo, il suo pube pulsa come se sotto ci fosse il cuore: dischiudo le labbra e lo afferro con i denti, insinuandovi la lingua. E penso che l’universo è lì e adesso ne sono davvero al centro. Insaziabile, cingendola per i fianchi, la muovo per farla ondeggiare, mentre sento il suo respiro divenire roco e caldo, le sue gambe cedere ed i suoi umori liquefarsi incontrollati. La voglio bere. E mangiare.

Ma Federica ha già cambiato posizione, un’altra volta. Adesso si sta spalmando sopra di me con tutto il suo corpo, percorrendomi dalla testa ai piedi con le labbra turgide. Mugolando senza freno. Ho quasi l’impressione che desideri godere senza aspettarmi. La fermo.

Di nuovo dentro di lei, rapido. Senza ostacoli, e ancora più in fondo; la cocaina nei nostri corpi; il mio cuore che batte più velocemente del normale. Molto di più. E la mente che se n’è andata via. Mi sembra di svenire.

 

Mi sveglio e mi guardo stancamente attorno. Confuso, con la mente ancora ottenebrata dalla troppa cocaina, faccio fatica a rendermi conto di dove io sia. Guardo la finestra. È aperta. E di fuori una donna completamente nuda. Certo, Federica!

Una donna completamente nuda che sale sul parapetto del balconcino. La mia voce che non riesce a collegarsi con la mente muta. I miei occhi sbarrati fino a farmi male. Un silenzio maledetto.

Una donna completamente nuda che si getta nel vuoto come se potesse volare. La mia voce ancora muta. La mia mente ancora muta. Il grido che non riesco a lanciare accresce il silenzio ed una ventata calda muove le tende della finestra.

Ed il mio silenzio è rotto da un tonfo, dalle grida dei passanti, dai clacson delle macchine e persino dalle voci di quelli che hanno la camera vicino alla mia. Tutto fa rumore, adesso. Finalmente grido, con la voce di un bambino.

E mi faccio schifo, con la mente di un uomo che si fa troppo schifo per considerarsi tale.

 

 

© Paolo Izzo

 

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