Il cinema e le migrazioni… interiori
Intervista a Massimo D. D’Orzi
Un fuoco
acceso, una donna infagottata gira intorno alla casa di legno e lamiere, la
neve cade impietosa; poi, sono tutti seduti in circolo e parlano: poco. Poi, ci
sono i bambini come la piccola Adisa e quelli sono
uguali in tutto il mondo: giocano, ridono e si passano le dita sulla faccia
mentre ascoltano i discorsi dei grandi. Qui non c’è televisione, non c’è
telefono, un sottofondo di fisarmonica accompagna movimenti e sorrisi: la vita
in un campo nomadi dell’Est europeo si svolge in questa dimensione atemporale e rarefatta, da cui sembra non uscire mai. Fino a che un giovane regista, accompagnato da una troupe
“leggera”, parte per documentare queste esistenze sommerse, per scrutare nel
profondo di un popolo considerato… diverso. Arriva lì, nella Bosnia
squassata da guerra e disgregazione, per incontrarli e per descriverli, forse. Ma quando torna in Italia con ore e ore di girato e si mette
a lavorare al film, viene fuori un’altra cosa: un documentario che non è tale,
un film che non è un film. Qualcosa, che dopo averlo visto, viene da definire
così: un’immagine che si muove e muove, da dentro.
Abbiamo
intervistato il regista Massimo Domenico D’Orzi: il suo primo lungometraggio, Adisa o la storia dei mille anni, ha da poco
partecipato al XVI Alpe Adria Cinema – Trieste Film
Festival, dove è stato accolto con calore da pubblico e critica, e verso la
fine di aprile sarà proiettato nelle sale (distribuito da Vitagraph).
Ti sei cimentato in una prova difficile sia per il tema trattato,
quello dei rom in Bosnia, sia per il modo in cui
l’avete affrontato. Che reazioni stai raccogliendo?
«Da più parti viene fuori il paradosso del
film: un documentario che parte per essere tale e poi in realtà è un film completamente anti-realista, spiazzante… E questo
accade lentamente, forse a metà del film; è come se dall’involucro documentario
venisse fuori un’immagine diversa, non di finzione, ma nemmeno realista: tutt’altro! E mi accorgo che, pur essendo spiazzante e non
facilmente fruibile per il suo linguaggio, Adisa
continua a fare il suo percorso e a ottenere
risultati».
Niente era stato deciso prima: non hai lavorato su una sceneggiatura,
né avevi un’idea predefinita del film che avresti girato. Raccontaci di come
siete partiti.
«La cosa è andata così: eravamo io, il
direttore della fotografia Stefano D’Amadio e un aiuto
regista che è Francesco Lomastro. Siamo partiti alla
volta della Bosnia con questo furgoncino “zingaro” e con una guida zingara che
si chiama Jasmin Sejdic.
Ovviamente nessuno di noi sapeva che cosa avremmo trovato lì, tra Mostar e
Sarajevo: non sapevamo nemmeno se c’erano ancora i rom
o se erano andati altrove, né potevamo immaginare quali fossero state le
conseguenze della guerra per loro…».
In effetti, la televisione e i giornali non forniscono molte notizie
che riguardino i rom…
«Esatto. Essendo già andato in Bosnia qualche
anno fa a girare un cortometraggio sulla guerra [La rosa più bella del nostro
giardino, Premio “direzione artistica” al Festival di Strasburgo, Menzione
speciale al Festival di Granata, ndr.], la domanda iniziale era proprio questa: come mai abbiamo
sentito parlare di musulmani, di croati, di serbi, di genti cioè che si sono
massacrate in nome della terra e del loro buon dio e non abbiamo sentito
parlare degli zingari che notoriamente vivono lì da secoli e che altrettanto
notoriamente non hanno né un dio a cui appellarsi, né una terra promessa a cui
fare ritorno?».
Allo stesso modo, nella “Giornata della Memoria”, poco si è detto delle
migliaia di rom che furono portati nei campi di
concentramento e uccisi…
«Infatti! Noi stiamo
curando anche un libro sui rom (Per un cinema nomade,
a cura di Elisabetta Amalfitano, Il Gigante Editore,
da poco presentato al “Salon du
livre” di Parigi, ndr.)
che sarà a giorni nelle librerie: una parte di esso sarà dedicata alla
rappresentazione degli zingari nel cinema, mentre un’altra parte sarà più storico-letteraria. E lì ci soffermiamo su questo aspetto: lo sterminio degli zingari avvenuto durante
la seconda guerra mondiale è stato ritirato fuori soltanto qualche anno fa. Per
circa cinquant’anni la cosa è passata completamente
sotto silenzio… Se vuoi anche perché la loro è una
tradizione tutta orale, non c’è niente di scritto, e non hanno innalzato nessun
tempio alla memoria… Però lo sterminio degli zingari, che loro chiamano “Porrajmos”, è stato massiccio: c’è chi parla di
cinquecentomila, chi di un milione di morti…».
Tu dici che un po’ è dovuto proprio alla loro
natura, ma d’altra parte la loro immagine in qualche modo viene temuta: il
fatto stesso di non innalzare templi, di essere in continuo movimento magari
mendicando, è destabilizzante, tutt’altro che
rassicurante…
«Questo è l’aspetto che ci siamo posti di
rilevare. L’interesse, la ricerca ha proprio questo taglio ed è stato anche
notato: per esempio il curatore della sezione “concorso internazionale
documentari” di Trieste, Fabrizio Grosoli, ha detto
che il film è antropologico, in questo senso… Il punto era che, essendo diversi
da noi, per cultura, per modo di vivere, per modo di essere, ovviamente anche
il nostro modo di avvicinarci doveva essere completamente diverso da quello che
loro hanno sempre subìto: gli unici due atteggiamenti
con cui noi ci siamo sempre rapportati agli zingari sono stati o il tentativo di assimilazione forzata o la persecuzione: due forme, se
vuoi complementari, di violenza estrema. Due facce della
stessa medaglia: la via del comunismo o la via dei Cristiani, che hanno
incominciato già nel Quattro e Cinquecento a farli fuori: insieme alle streghe
e degli eretici, pare che furono gli zingari i primi ad andare al rogo!».
Nel tuo film anche loro ci appaiono in modo diverso da quello cui siamo abituati noi...
«Dal punto di vista della rappresentazione
cinematografica, gli zingari ci arrivano attraverso i film di Kusturica, con un’immagine macchiettistica.
Spiritosa quanto ti pare, ma che in qualche modo li spoglia
di un’identità per farli rimanere delle caricature, appunto. Dall’altra parte
c’è l’idea del furbo, romantico, maliardo che forse è più affascinante, ma
anch’essa falsificata».
In Adisa parlano soprattutto le donne,
i bambini…
«Questo è un altro aspetto. Quando si affronta
il tema dei rom, si rappresentano prevalentemente gli
uomini, a parte chessò nella “Carmen”: mentre nel mio
film emergono all’ottanta per cento le donne, i bambini… Molti antropologi
sostengono che siano gli uomini a tenere le fila. Ma secondo me
è totalmente falso. Di sicuro nelle comunità la donna viene
tenuta generalmente più nascosta: è come se gli uomini facessero sempre un po’
da filtro. La lotta è stata riuscire, parlando con gli uomini, a oltrepassare questa barriera che loro innalzano, per poi
avere un rapporto più diretto con le donne».
Prima raccontavi di come siate andati in
Bosnia con l’idea di trovare i rom, ma che questa idea non era per niente
certa. Potevano essersi spostati anche da lì. Tra qualche anno li potremmo
trovare altrove, così come il luogo di origine
primario sembra essere addirittura l’India…
«Abbiamo molto riflettuto su come abbiano
fatto i rom a resistere per secoli in un’Europa di
persecuzioni, di assimilazioni e di violenze, attraversandola in lungo e in
largo. Si può capire la comunità nomade del deserto, che ha pochi contatti col
mondo diciamo stanziale; ma gli zingari hanno attraversato l’Europa, sono stati
nel bel mezzo della nostra cultura, riuscendo a mantenere la loro! Gli ebrei, chessò, hanno condiviso l’economia del mondo occidentale,
hanno una loro religione, ma i rom no! Vivere senza
tutto questo, né dio né terra, e riuscire a resistere pagando anche prezzi
altissimi in un’Europa cristiana e illuminista, tenendosi stretta una cultura
che non era né religiosa né razionale, questo è il dato davvero affascinante.
Come hanno fatto a resistere senza nemmeno l’idea di una terra promessa? Sembra
che altri non ce l’abbiano fatta: i rom sono qualcosa
di specifico, di unico, in questo senso».
Per questo, nel titolo, rimandi a una storia
di mille anni?
«Sì. Attraverso i volti, i primi piani e i
chiaroscuri viene fuori una cultura di secoli e secoli
di resistenza, di bellezza, anche di vitalità. L’altra cosa affascinante del
viaggio e del film è la loro dimensione del tempo: nel loro vocabolario in
qualche modo non ci sono nemmeno le nostre categorie di tempo o il nostro
calendario fatto di giorni, mesi e anni. Quando ci siamo trovati con Paola Traverso a montare il film, questa cosa ne ha in
qualche modo condizionato l’intera struttura: se gli zingari sono sempre stati
fuori dalle nostre categorie di spazio e di tempo e il cinema si fonda invece
su queste categorie, per rappresentare la diversità dovevamo far saltare questi
schemi e trovare un linguaggio cinematografico diverso!».
Adisa, all’inizio di settembre 2004, è stato presentato
a Firenze all’interno dell’evento “Tony Gatlif e il
cinema nomade” e in quella sede avete posto la questione del “come e in che
senso il cinema per non morire deve essere nomade”. C’entra qualcosa con questo
discorso dello spazio e del tempo?
«Ovviamente molti dei rom
che noi vediamo come nomadi, sono in realtà diventati stanziali nel tempo.
Quindi la categoria del nomadismo è diventata come dire più una dimensione
mentale: anche l’idea che il cinema debba essere nomade vuole essere più un stimolo per una ricerca sul senso della rappresentazione
e del linguaggio cinematografico: far saltare quelle categorie di spazio e di
tempo così come sono state codificate».
Un nomadismo vissuto appunto come movimento “interno”, in una
dimensione che è completamente diversa da quella della realtà…
«Esatto. È un’immagine. Così come lo zingaro
per noi è sempre stato un’immagine. Il tentativo di cancellare questa immagine nasconde l’intento di togliere completamente
un’identità a chi è diverso… Con quella manifestazione sul cinema nomade
abbiamo cercato di far notare come anche in maniera “carina” l’obiettivo sia
sembrato proprio quello di sottrarre identità a un popolo che ha con gli altri
e con se stesso un rapporto molto istintivo, di immagine appunto. In Adisa c’è un approccio diretto e non abbiamo chiesto loro
di recitare: le immagini sono arrivate senza mai mettersi d’accordo…».
Perché avete fatto
a meno del linguaggio verbale…
«Sicuramente sì. Ci siamo presto resi conto
che loro, che usano il linguaggio proprio per non farsi capire, nel rapporto
col “gadjo”, con lo straniero, avrebbero
instaurato un rapporto ancor più fuorviante. Deve essere successo
qualcosa: a noi da un lato non importava molto quello che si dicesse a parole e
dall’altro è apparso subito chiaro che l’uso delle parole sarebbe stato
fuorviante. Per questo ci siamo concentrati nelle riprese notturne e Stefano D’Amadio ha fatto delle cose straordinarie, come gli è già
stato riconosciuto in più di una occasione… Abbiamo deciso di girare di notte;
di entrare nei campi, nelle case, intorno ai loro fuochi soltanto di notte:
anche tecnicamente, sono stati abbandonati faretti e luci e ci si è serviti
soltanto di alcune lampadine al centro dei gruppi».
A questo proposito c’è un’altra frase che mi ha colpito: all’inizio del
lungometraggio, nel prologo di Elisabetta Amalfitano, si legge: “gli zingari senza le immagini
muoiono”. Ma anche le immagini devono essere fatte in
un certo modo, no?
«Certamente. Con noi c’era anche un reporter
ed era interessante vedere come lui fotografasse in
maniera del tutto giornalistica e noi dall’altra parte cercassimo un altro
modo. Se avessimo fatto come lui, sarebbe uscita una mera denuncia del disagio
sociale e non avremmo compreso niente di più profondo… I rom
sono abituati proprio al tipo di rapporto col fotoreporter, per cui si
lamentano, denunciano e fanno emergere verità che, per carità, è bene anche che
vengano fuori. Ma non era quello il nostro intento e
volendo comprendere qualcosa sull’essenza della loro identità, l’approccio
giornalistico non avrebbe portato a nulla… In questo senso è verissimo che il
modo di fare immagini è importante».
Facendo qualche passo indietro nel tempo, dalla tua biografia emerge
che hai girato anche un film-intervista con Marco Bellocchio, intitolato L’immagine
della ribellione…
«Sì. Quello è stato realizzato alla vigilia
del Social Forum Europeo di Firenze, dove noi della cooperativa Il Gigante
organizzavamo l’evento-cinema. Volendo dare prevalente risalto a certi film di
Bellocchio, pensai anche a un film-intervista con lui.
Che fu molto interessante, soprattutto per le dichiarazioni di Bellocchio a
proposito di una sua “seconda ribellione”, quella a se stesso e ad una ideologia che aveva sostenuto fino alla fine degli anni
Settanta, ovvero fino all’incontro con lo psichiatra Massimo Fagioli. Da lì la
trasformazione della sua visione del mondo, dell’uomo e di conseguenza anche
del cinema, che lo avrebbe portato a girare film
completamente nuovi a partire da Diavolo in corpo, realizzato con lo stesso
Fagioli che, non dimentichiamolo, è anche artista e regista oltre che
psichiatra e scienziato».
So che anche tu, come Bellocchio, partecipi ai seminari di Analisi collettiva di Fagioli…
«Sì, questo è fondamentale! Durante il viaggio
per realizzare Adisa, durante le riprese e il
montaggio, ho sentito come sia necessario avere un
pensiero completamente diverso da quello corrente, che vede l’irrazionale come
mostruoso, come perverso: parliamoci chiaro, gli zingari sono stati vittime di
questa mentalità! Storicamente lo sconosciuto, il cosiddetto diverso, sia esso
zingaro, artista, donna, scienziato, eretico, indios,
è sempre stato visto come un pericolo e perciò da perseguitare oppure come un
non-umano da riportare “cristianamente” a una dimensione umana, con le coercizioni ben note. Un
pensiero opposto a questo non è mai esistito, se non con le scoperte di
Fagioli! Non c’è nient’altro che permetta una
possibilità di ricerca sull’irrazionale, sull’inconscio, se non quella teoria e
quell’esperienza: per cui anche noi che partecipiamo
all’Analisi collettiva, facendo una ricerca in tal senso, possiamo rapportarci
allo “sconosciuto” in modo completamente nuovo».
(Zefiro, aprile
2005)©
Paolo Izzo
Vai a Recensioni
Vai a Interviste