Favela senza favole
Pur apprezzando gli sforzi che alcuni registi americani compiono per
fare film che somiglino a quelli europei, ho sempre manifestato una certa
idiosincrasia nei confronti del cinema delle sparatorie a stelle e strisce,
dove i mostri sacri dello star system hollywoodiano si scontrano a suon di Uzi e 44 magnum
oppure saltano da grattacieli, afferrano al volo elicotteri incendiati che li
conducono su motoscafi impazziti, per giungere finalmente a disinnescare bombe
atomiche che minacciano il pianeta. Non li sopporto! Nemmeno la denuncia
sociale made in Usa mi convince;
sempre troppo spiegata, priva di sfumature, razionale…
Mi chiedo se si possa fare un film che affronti simili tematiche (realtà urbane e umane terribili, degrado,
ammazzamenti, droga) senza incappare nello scontato eroe dalla battuta facile o
nella morale raccogliticcia di un finale ridondante di effetti speciali.
E una
proposta mi arriva dall’America… latina. Precisamente dal Brasile. Geniale!
Il film si chiama City of God, regia di Fernando Meirelles
e Katia Lund, ed è tratto
dalla storia vera che Paulo Lins ha narrato nell’omonimo
romanzo, pubblicato in Italia da Einaudi. In un volumone di 600 pagine lo scrittore brasiliano aveva
descritto una delle favelas più violente tra quelle sorte nei pressi di Rio de
Janeiro, Cidade de Deus per l’appunto. Essendo
cresciuto lì, Lins disponeva del
materiale necessario per quello che è già diventato un best seller in Brasile.
Con l’arrivo di Meirelles e del suo
bellissimo film, la storia fa adesso il giro del mondo, portando sotto gli
occhi di tutti un paese di cui si conoscono prevalentemente
gli stereotipi, ma che è fatto anche di emarginati cronici, ragazzini che
sniffano a dieci anni, quantità inimmaginabili di armi in circolazione a dettar
legge, polizia corrotta e collusa con la malavita… Niente della “solarità” cui
siamo abituati dalle agenzie di viaggio: non è un caso che la variopinta Rio de
Janeiro, pur essendo a poche centinaia di metri dalla favela, in City of God
si scorga soltanto in lontananza, come l’immagine di una cartolina!
Diviso in tre parti, ciascuna delle quali contiene decine di storie, il
film è un continuo cambiamento di riprese, di colori, di emozioni:
si parte dal seppia-sabbia che tinteggia la fine degli anni ’60, all’epoca
della costruzione della favela e dei primi sintomi di devianza rappresentati
dal “Trio tenerezza”, novelli Robin Hood dei poveri; poi si passa agli
anni settanta, psichedelici e rabbiosi, dove sono arrivati soltanto i più
violenti (Zè Pequeno) e i
loro amici (Benè), a capo di feroci baby-gang,
dominatori incontrastati del mercato della droga; fino ad arrivare all’inizio
degli anni ’80, quando lo scontro tra bande per il dominio dei territori è
diventato una vera e propria guerra e anche un “onesto” come Manè Galinha diventa uno spietato
assassino per vendicarsi delle angherie subite.
A raccontare le cento storie è l’obiettivo di Buscapè,
che all’inizio del film ha undici anni: prima è il suo semplice sguardo, poi
una macchina fotografica implacabile e impietosa… Vivendo nella favela, la sua
strada si incrocia costantemente con quella dei boss o
dei “randagi” (i bambini abbandonati del Brasile). Seppure
contornato e provocato dalla violenza, il ragazzo riuscirà a restare pulito. Forse anche per caso, ma più per una scelta personale che è quella
di non cadere nella vendetta, nell’emulazione, nel mito dell’eroe negativo.
Il vero, fondamentale messaggio del film è proprio questo: a meno che non sia tardi, perché troppo invischiati nelle trame della
delinquenza, anche nelle favelas si può resistere alla tentazione di diventare
un fuorilegge. L’amore per una donna, la vitalità, la creatività saranno motivo di speranza e di riscatto.
Tanto è vero che Buscapè sogna di diventare
fotografo (come Lins voleva diventare scrittore) e ce
la farà. Degli altri - inutile affezionarsi ai loro sorrisi, alla loro ironia,
al modo di essere brasileiros
- non rimarrà che un amaro ricordo.
(21/5/03)©
Paolo Izzo
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