La zona grigia
Intervista a Vincenzo Ceruso
Nel libro Le
sagrestie di Cosa nostra. Inchiesta su preti e mafiosi lo scrittore
palermitano descrive il filo rosso che lega la Chiesa
all’organizzazione criminale, tra omertà e collusione
Frati con la lupara, sacerdoti che durante l’omelia sbeffeggiano i
pentiti di mafia, alti prelati che negano l’esistenza di Cosa nostra o non
vedono differenze tra una strage mafiosa e l’aborto. Cecità e omertà, quando
non vera e propria collusione con la mafia, sembrano caratterizzare una parte
del corpo ecclesiastico siciliano ancora oggi. A raccontarlo
in un libro (Newton Compton, 9,70 euro) dal titolo Le sagrestie di Cosa
nostra. Inchiesta su
preti e mafiosi, non è un anticlericale sfegatato, bensì un credente
cattolico, da anni studioso della criminalità mafiosa, Vincenzo Ceruso, laureato in filosofia, già ricercatore presso il
Centro studi gesuita “Pedro Arrupe”,
impegnato nel volontariato a Palermo.
Ceruso, se un tempo si parlava della mafia come di uno
Stato nello Stato, oggi lei sostiene l’inclinazione di Cosa nostra a muoversi
come una Chiesa nella Chiesa. Ci spiega meglio?
La strumentalizzazione della religione non la
scopro io: fin dalle sue origini la mafia ha utilizzato simboli, linguaggio e
tradizione della Chiesa per consolidarsi al suo interno e trasmettere
un’immagine di sé alla popolazione. Cosa nostra usa la
religione come collante con la società civile perché i mafiosi non sono degli
emarginati. Medico, avvocato, uomo politico, oltre che killer o
mandante, in Sicilia il mafioso è il vicino di casa. Ed
è anche un cattolico, che tenta di insinuarsi nel tessuto ecclesiale, spesso
con successo, a partire dalle confraternite.
Lei racconta che ce
ne sono circa 230, con ben 20.000 confrati, nella
sola Palermo e che nel 2005 il Comune ha stanziato 3,5 milioni di euro per feste religiose di ogni tipo.
È dimostrato che queste associazioni, pur esprimendo una devozione
popolare di tutto rispetto, in certe zone sono facilmente permeabili a infiltrazioni mafiose, così come avviene per altri
strumenti ecclesiali, basti pensare agli affari che girano intorno ai cimiteri,
alle Opere pie. Non è tanto per i soldi, perché quelli li fanno soprattutto con altre attività, quanto per un fatto di consenso sul
territorio che diventa anche consenso politico, da barattare nel momento in cui
ci sia l’interlocutore giusto. Il fatto principale è l’ansia di
“rispettabilità” che muove il mafioso.
Nel suo libro c’è
anche la denuncia di un percorso inverso di connivenza: da un lato Provenzano
che “usa” la Bibbia, dall’altro i molti ecclesiastici che si lasciano usare dai
mafiosi.
Anche se si è
molto parlato di un “codice Provenzano”, sono ancora soltanto ipotesi. Quello
che si può dedurre dalla lettura dei “pizzini” è che
la Bibbia viene utilizzata come una grammatica
elementare per la gestione del potere; per codificare un’autorità, sia
all’interno che all’esterno. Perché la mafia è anche una
comunità politica e come tale ha bisogno di un alfabeto del potere. Poi,
come diceva Falcone, entrare nella mafia equivale a convertirsi a una religione. Mafia e religione hanno la stessa
dimensione totalizzante.
E anche un’idea
simile di trascendenza. Penso alla storia di Ciccio Pastoia, suicida in carcere
per aver tradito la fiducia del suo boss, e all’onta che lo segue fin dopo la
sepoltura, con la profanazione del suo loculo. Lei lì si chiede: “Quale altra
organizzazione di malviventi si preoccupa del destino trascendente dei propri
membri?”.
L’ultima giustizia, l’ultima parola deve
essere quella dell’Organizzazione. E c’è una volontà
di legittimare le azioni criminose con una finalità trascendente. Il problema è
che per il mafioso la vera giustificazione, la vera chiesa è in Cosa nostra.
Per tornare a come si ponga la Chiesa rispetto a tutto ciò, bisogna considerare
che la mafia ha un radicamento secolare in Sicilia. Occorrerebbe una “cultura”,
per poter opporsi, che soprattutto in passato è mancata.
Lei ricorda la
strage mafiosa del 1963, quando fu la Chiesa valdese a prendere le distanze per
prima. Quella cattolica arrivò invece in colpevole ritardo.
La Santa sede richiamò il cardinale Ruffini, allora
arcivescovo di Palermo, perché intervenisse a “dissociare la mentalità della
cosiddetta mafia da quella religiosa”. Il problema oggi è quasi lo stesso. Ci
sono segnali di speranza dalla società civile e dalla Chiesa stessa, ma rimane
quanto detto dal giudice Roberto Scarpinato: senza una zona grigia nella
società la mafia sarebbe già stata sconfitta da tempo.
La zona grigia
della Chiesa sono dunque le sagrestie?
Sì, innanzitutto come luogo dove persone non
direttamente affiliate alla mafia la favoriscono in qualche modo. Ma anche luogo fisico, dove i mafiosi utilizzano
strumentalmente i sacramenti: se un capomafia fa da padrino di battesimo, da
testimone o si sposa, istituisce un’alleanza militare e giuridica con un’altra
famiglia. Si dovrebbe indagare meglio su come, attraverso i sacramenti,
cambiano per esempio i traffici di droga. Secondo me ciò non è sufficientemente
percepito in ambito ecclesiale, perché sfugge la vera
dimensione del fenomeno. L’affinità della mafia con la Chiesa è anche nell’essere
una miscela di arcaismo e di modernità. Non destinata
a scomparire con colletti bianchi e giochi in Borsa. La mafia esiste perché
esiste una ritualità che le consente di perpetuarsi e trasmettersi nel tempo e
nel territorio, di generazione in generazione.
A chi ha dedicato
il suo libro?
A don Pino Puglisi. Ho avuto l’onore di conoscerlo quando insegnava
nella mia scuola, prima di trasferirsi a Brancaccio. La Chiesa di padre Puglisi
è quella che amo io. Il suo messaggio va oltre la Chiesa, perché è il messaggio
di un uomo libero che non si piega di fronte al potere mafioso. Un uomo
disarmato e non violento che usa solo la parola, la cultura per ribellarsi a un sistema. Il fatto che sia morto, per l’eredità che ha
lasciato in questa città, non ne segna la sconfitta. La mafia non uccide in
modo gratuito; lo fa quando percepisce qualcuno come un pericolo per se stessa.
Padre Puglisi l’ha ucciso perché ne aveva paura.
(Left n.40, 05/10/07)©
Paolo Izzo
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