Iraq al femminile

Intervista a Sihem Bensedrine

 

Scrittrice e giornalista tunisina. Attivista per i diritti umani dal 1980, nel suo Paese è stata perseguitata, diffamata e arrestata per la sua avversione nei confronti del regime di Ben Ali. Nel 2003, quattro mesi dopo la caduta di Saddam e l’arrivo a Baghdad degli americani, Sihem Bensedrine parte da Tunisi alla volta dell’Iraq per cercare Nasyra, un’amica di cui non ha notizie da tanto tempo. Impresa impossibile: la donna irachena non solo è scomparsa, ma sembra si sia frammentata, come il suo Paese. L’unica speranza è quella di ricomporla attraverso le mille voci di artisti, intellettuali e persone comuni che rispondono alle domande incalzanti della giornalista “straniera”. La drammatica esperienza di questo viaggio in un Iraq completamente diverso da quello che ci arriva dai media è raccontata nel bel libro che le edizioni Nottetempo hanno appena tradotto: “Lettera a un’amica scomparsa in Iraq” (trad. Edoardo Acotto, pref. Florence Aubenas, pp. 129).

 

M.me Bensedrine, nella nota all’edizione italiana del suo libro, lei scrive: “L’Iraq è diventato una scena globalizzata in cui si svolge una tragedia mondiale, con attori che vengono dal mondo intero” (p. 122). Ma si intende che all’origine di questa tragedia lei non vede né uno “scontro di civiltà”, né tanto meno una lotta tra bene e male. Cos’è, allora, che sta distruggendo un Paese come l’Iraq e con esso il sogno di un mondo arabo unito?

 

È triste a dirsi, ma come in tutte le guerre è la vanità, l’attrattiva del guadagno, sono le mire di dominazione travestite da cause generose avanzate dai profeti del Bene, come la “liberazione” di un popolo dalla dittatura o la “lotta contro il terrorismo”. La guerra civile è una conseguenza ineluttabile di tutti gli ingredienti di odio che sono stati metodicamente instillati in questo Paese dallo smantellamento di tutte le sue istituzioni e delle sue strutture organizzate, alle quali bisogna aggiungere l’impatto delle operazioni di inquinamento e manipolazione che i servizi segreti dei diversi fronti sanno ben architettare, col risultato di un quasi caos istituzionale, un vuoto delle funzioni sovrane di uno Stato repubblicano. Non è soltanto il sogno di un mondo arabo unito che svanisce con l’implosione dell’Iraq, ma anche quello di una completa e piena condizione di cittadinanza irachena in grado di aprire prospettive di appropriazione del proprio avvenire a un popolo così colto e affascinante.

 

Insiste molto sulla perdita di identità dei Paesi arabi e anche sul fatto che essi hanno smarrito quella capacità di integrare l’alterità che era la loro forza e che stimolava la loro creatività. I conflitti, le dittature, stupri e saccheggi, l’umano che “perde i suoi diritti e la sua qualifica di umano”: al di là delle guerre, non saranno le religioni a dividere piuttosto che unire?

 

Una situazione conflittuale è sempre il risultato di vari fattori, tra cui alcuni giocano un ruolo scatenante e decisivo. Penso che i regimi autoritari che governano e hanno per lungo tempo governato i Paesi arabi costituiscano “il” fattore decisivo. Questi regimi - che si ereditano di padre in figlio e che non cambiano se non con la morte violenta dei loro despoti - continuano a essere sostenuti dalle potenze occidentali (ivi compresi i Paesi democratici!) che hanno lo scopo di preservare i loro interessi nella regione. Sono regimi che agiscono da potenti freni allo sviluppo delle forze di libertà e di progresso. Che non mettono soltanto gli uomini nelle loro carceri, ma soprattutto le loro idee innovatrici. Sono i peggiori nemici della cultura che è il viatico attraverso il quale avviene lo scambio tra le civiltà. La regressione storica che si può constatare nella nostra regione araba ne è la conseguenza diretta… Il montare degli integralismi, poi, è anche il puro prodotto di queste dittature che rarefanno l’ossigeno della cultura (che è la Libertà) lasciando il posto soltanto ai suoi aspetti caricaturali, cioè gli estremismi d’ogni tipo. Il politico allora invoca l’Islam e lo strattona in direzioni talvolta contraddittorie. Le religioni sono spesso a immagine dell’uso che se ne fa. Trattandosi dell’Iraq – che è sempre stato un Paese multiconfessionale e multietnico, dove le comunità hanno vissuto dalla notte dei tempi in buona intesa – l’Amministrazione americana ha sin dall’inizio sovrapposto una carta confessionale alla geografia politica del Paese, per farne l’unica griglia di lettura (come spiego nel capitolo del libro intitolato “Boom mediatico e boom politico”). I conflitti sciiti/sunniti che oggi scoppiano sono anche il frutto di tensioni accumulate o meglio provocate per poter intervenire sul processo politico e controllarlo; rendendo così “indispensabile” la presenza americana.

 

Un’altra posizione piuttosto scomoda, che lei assume con coraggio: né con i sostenitori di Saddam né con le bombe degli Usa… Colpiscono molto, nel suo libro, da un lato i racconti delle torture e del “turismo carcerario” cui venivano sottoposti i dissidenti del regime, le delazioni tra fratelli o di figli contro le madri; dall’altro la dichiarata avversione alla cosiddetta “liberazione” americana. Sono significative, in questo senso, le parole del pittore Madjed (p. 52): “dicono che sono venuti a ‘insegnarci la democrazia’! Ma dimmi un po’, si insegna a respirare a un neonato? La libertà è innata in ogni essere umano.”…

 

Sì. È molto importante evitare scorciatoie riduttive. L’Iraq è divenuto oggi una matassa difficile da districare. Sta subendo una delle più mortifere guerre di occupazione, perseguita tra l’altro sotto la copertura di un processo di normalizzazione politica di cui l’Amministrazione americana tiene tuttora le fila; e le “elezioni sotto controllo” sono sfociate in un equilibrio politico estremamente fragile. Esso è rimesso quotidianamente in questione dal magma della guerriglia, dove si trovano mescolati insieme banditi spesso manipolati dalle diverse forze in campo (non dimentichiamo che l’Iraq conta oggi decine di migliaia di mercenari reclutati dal Pentagono che lavorano fuori da ogni quadro regolamentare internazionale) e veri resistenti iracheni che si battono per la liberazione del loro Paese. Saddam e i suoi amici hanno la responsabilità di aver aperto l’Iraq all’invasione anglo-americana facendo il vuoto, desertificando politicamente il Paese, cercando di edificare uno Stato forte contro il popolo e non con il popolo; egli è riuscito così a creare una sorta di unanimità della società contro di lui che ha molto indebolito il Paese. E lo stesso stanno facendo tutti i dittatori arabi, che espongono il loro paese ad ogni sorta di “occupazione”, non necessariamente straniera.

 

Nella prefazione di Florence Aubenas, scritta prima che la giornalista francese venisse rapita, leggiamo: “Quello che Sihem Bensedrine sente in Iraq resta impercettibile alle nostre orecchie, quello che vede resta invisibile ai nostri occhi”. Si riferisce al suo essere “straniera araba” in Iraq, ma credo che si possa dire delle donne in generale: riuscite a vedere l’invisibile… Lei stessa si rivolge a Nasyra, l’amica scomparsa, con queste parole (p. 109): “Sogno che questo paese arabo si femminilizzi e che tu possa imprimere il tuo segno ai suoi modelli. Apprenda a fidarsi delle donne, le ascolti. Valorizzi il loro senso della vita e smetta di glorificare la morte”. La speranza è nelle donne?

 

Ne sono sinceramente convinta. Senza voler cadere in un femminismo assoluto, penso che le donne siano in linea generale per la vita e contro quelle forze della morte che al giorno d’oggi si sono esacerbate in Iraq. Esse non sono da sole, fortunatamente: molti uomini sono impegnati nella lotta per la vita e per la dignità umana, una dignità di cittadini e non di guerrieri. È questo il senso delle mie parole: si parla non di genere femminile, ma di attributi femminili. La facoltà di preservare la vita, di conferirle un carattere sacro, di non farsi mettere a tacere dalla volontà del potere, di non essere troppo sensibili ai giochi del potere stesso; di introdurre un elemento di moderazione e di favorire un “vivere insieme” che stimola il rispetto reciproco… Virtù delle quali l’Iraq e il mondo arabo hanno oggi enormemente bisogno.

 

 versione integrale, traduzione di Antonella Pozzi (Left, 29/06/06)© Paolo Izzo

 

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