“Una bellezza che non lascia scampo”
«Ho fatto un sogno:
un altopiano messicano circondato da montagne brulle. Tutto il terreno è come
sconvolto, come zappato da una vanga enorme. Il paesaggio, severo, senza
vegetazione, è di una bellezza che non lascia scampo…».
Comincia
così, con lei che dischiude gli occhi, dopo la notte e racconta un sogno. Poi
ci si trova immersi in una musica, ma forse è un dormiveglia. Dalla penombra le
immagini affiorano piano piano, senza più parole.
Solamente la musica e un canto. In crescendo. I volti di donne e uomini che
cantano, le loro voci che formano un coro.
All’improvviso
il silenzio. Il compositore, che ha diretto fino a quel momento la sua
orchestra soltanto con un lento passeggiare, ha interrotto la musica. Ha
percepito un’assenza e l’ha interrotta: una delle strumentiste, pur suonando,
pur essendo lì, è come se non sentisse ciò che suona, è come se si fosse persa.
E lui se n’è accorto. Glielo dice e la allontana per
davvero.
Comincia così
Una
bellezza che non lascia scampo, regia e sceneggiatura di Francesca Pirani.
Comincia così
la depressione della protagonista, Toni: con un sogno e la musica. Tutti e due seguiranno incessantemente la donna: il primo
attraverso le immagini, la seconda nella testa, nel cuore, nella pancia. Un istante prima poteva dirsi una donna amata, forte,
realizzata. Ma di sorpresa viene sconvolta dalle
proprie emozioni; la sua quieta indifferenza squassata da un movimento
interiore. E costretta a mettere in discussione tutto:
il suo compagno Alberto, le giornate tranquille, le certezze di una vita intera.
Se stessa.
È stato
Vittorio, il compositore, che scuotendo la sua musicista, parlando al suo coro
è come se avesse frustrato Toni, che era lì soltanto per ascoltare,
svegliandola dal torpore e gettandola in una crisi profonda. Il peso della
depressione grava sulle spalle, fa piegare la schiena.
«Al
centro dell’altopiano una casa diroccata in pietra grigia dalla quale vedo
uscire, in fila indiana, tutte le mie parenti. Sono
vestite alcune di grigio, altre di nero; si stanno recando al funerale di una
di loro…».
Una donna è
morta, uccisa dalla Ragione di un uomo, dalla violenza che non lascia lividi
sul corpo, ma annienta la vitalità e la fantasia. Lo vedremo in azione,
Alberto, così diverso da Vittorio, mentre spegne con l’acqua dei pensieri le
immagini infuocate di una ragazza, di una giovane studentessa. Non ci sono
sbagli nella sua voce, nel suo comportamento, in ciò che dice. Eppure non sa sognare e nessuno intorno a lui deve sognare.
Nemmeno la sua donna, anzi… a cominciare da lei.
«Le osservo
mentre s’incamminano sul dorso di una collina, come nella “danza della morte”
che è l’ultima scena del Settimo sigillo. So che dopo il funerale la casa verrà rasa al suolo».
Potrebbe
finire così: se non con la morte, con l’oblio. Dimenticare la nascita, perdere
la propria immagine interna. È Toni che ha sognato ed è Toni la donna morta nel
sogno. Perché è lei che non “sente” più. Prendere
atto, dolorosamente, di essersi ammalata, è già un movimento. Disperata,
seguita dalla musica incessante, incalzata da immagini nebbiose che attraverso
il filtro del malessere si fanno estremamente lente e
dense. Dovrà conoscere più profondamente Vittorio, lo stesso uomo che l’ha
messa in crisi con la sua vitalità “irrazionale”, sarà costretta ad affrontare
la sua forte immagine maschile. Reagire all’indifferenza propria e degli altri,
per cominciare a rinascere.
Francesca Pirani rappresenta questa storia con grande
abilità. Un film difficile il suo, da girare e da vedere. Perché non ci sono “fatti”, la realtà materiale essendo quasi
bandita per lasciare il posto allo scorrere di sensazioni, di movimenti interni.
Le riprese, i paesaggi, la bellissima musica di Tony Carnevale, i colori e
persino le variazioni climatiche seguono il processo interiore della
protagonista (interpretata dalla brava attrice olandese Thekla
Reuten). Dai suoi dialoghi con Alberto (Luca Citarella)
alla depressione che la pervade, dalla ricerca di una vitalità perduta al
crollo di ogni difesa razionale, dai movimenti che
l’avvicinano all’affascinante Vittorio (Federico Scribani)
alla percezione dell’innamoramento. Un film fatto di immagini,
che auspica un benessere distante dalla “normalità”.
Non poteva
che essere così, del resto. Una bellezza che non lascia scampo è
tratto da un saggio sulla depressione di Massimo Fagioli pubblicato su «Il sogno della farfalla» nel 1993 e riproposto nel numero attuale
(2/2002) della stessa rivista. In quelle pagine, lo psichiatra
dell’Analisi collettiva raccontava un caso clinico, riportando le sedute con la
paziente, gli stati d’animo che via via percorrevano
la donna durante il periodo della cura, i sogni di lei
(tra cui quello che ho trascritto per intero e che è servito come incipit
alla Pirani), la sua guarigione. Un intreccio davvero
geniale di teoria psichiatrica e poesia, di parole scritte e di
emozioni, da cui Francesca Pirani ha saputo
magistralmente trarre spunto per un film drammatico e intenso, che lascia il
segno perché fa pensare.
(14/5/02)©
Paolo Izzo
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