Variazioni sul tema / Azione immobile

 

La prima a sinistra. Rotatoria e viale alberato. Macchina in doppia fila. Suono e aspetto. Un uomo si sbraccia, gli cade un fascicolo, lo raccoglie e corre verso la sua automobile. Si muove con le doppie frecce ancora in funzione, liberandomi il passaggio. Poi, mi fermo di nuovo. Scendono. Sale soltanto una signora.

Fiamma vuole andare al cinema, questa sera. Dice che non vediamo un bel film da un mese almeno. Le ho risposto come al solito: abbiamo affittato la cassetta venerdì, domenica c’era lo sceneggiato... Niente, Fiamma si è ostinata. Cinema, caschi il mondo!

A destra. Semaforo rosso. Un bambino alto un metro suona la fisarmonica e si fa spazio gonfiando e sgonfiando, con sorrisi senza denti. Nel retrovisore spio la faccia della suora, mentre snocciola il rosario e segue lo zingarello con la coda dell’occhio. Suona un clacson. Il semaforo è verde.

Fiamma domani non lavora. L’unico giorno libero della sua settimana. Vuole andare all’ultimo spettacolo; vuole fare tardi. Cinema e pizza, magari. Ecco, magari. Mangiamo a casa, no? C’è il pollo nel surgelatore. Niente da fare!

Dall’edicola mi arriva un cenno di saluto, ricambio ingobbendomi sul volante. Rallento, affiancato da un gruppo di bambini che corrono. L’uscita di scuola. Anticipata. Oggi c’è assemblea dei comitati di base, mi diceva un amico. Protestano per la riforma dell’istruzione. Protestano tutti, c’è qualcosa che non va. Arrivano i bambini. Borbottare di vecchi e fruscio di buste della spesa. Mi fermo. E riparto carico di strilli e di spintoni.

Fiamma non lo sa. E io non glielo dico. A costo di farmi venire la febbre per non andare al cinema. A costo di fingere una colica. Non glielo dico, ma stiamo a casa lo stesso. film, né pizza. Non abbiamo soldi, non ne abbiamo più. Lo stipendio è sempre lo stesso e i prezzi raddoppiano. In più, mancano quattordici giorni alla busta paga, se arriva.

Incrocio con diritto di precedenza, corsia preferenziale. Un vigile fischia e scrive. Un giovane slavo fischia e lava un vetro. Il mio riflesso nello specchio controlla le porte e il mio indice è pronto sul pulsante di chiusura. Riparto, guardando nei retrovisori. Nessuno mi segue. E mi fermo di nuovo. Senza motivo. Senza fermata. Il tempo di uno schioccare delle dita e arriva il primo beh?, poi un che succede? Ma è ancora presto per rivolgersi al conducente. C’è un consulto tra i passeggeri. Deve passare un’altra manciata di secondi, prima che arrivi il delegato della folla. Prima che il brusìo si zittisca per sentire cosa risponderò. Problemi al motore? Aspettiamo qualcuno? Si sente male? Ancora non mi serve la voce per rispondere; un cenno della testa è sufficiente.

E allora perché si è fermato?

Fiamma vuole andare al cinema. Non possiamo permettercelo. Figuriamoci quando nasce il ragazzino. Bisogna fare qualcosa. Non posso tornare a casa per dirle ancora di no. Bisogna agire. Ma a volte agire e fermarsi hanno lo stesso significato, producono lo stesso effetto. Per questo mi fermo. E scendo dal mio autobus. Una bella passeggiata servirà a schiarirci le idee.

 

 

(Zefiro, 03/03/04)© Paolo Izzo

 

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