Viaggio nell’amicizia

Intervista a Raffaele Mangano

 

A chi me l’abbia chiesto, ho sempre risposto che l’amicizia si vede nel momento del non-bisogno: se stai benissimo, sei contento e realizzato, quelli che riescono a rimanerti accanto senza invidie e rancori sono i veri amici. Però sono veri amici anche quelli con cui si può stare in silenzio per ore, ciascuno rintanato nel suo angolo a leggere o a scrivere, per poi confrontarsi e magari parlare per altrettante ore di una sola sfumatura dell’esistenza. Volendo scivolare nel cinismo, si può aggiungere che se offri la spalla ad un amico devi essere pronto a prestargli anche il fianco, perché non ti perdonerà mai di aver avuto la forza di aiutarlo e sarà pronto a vendicarsi della tua maggiore vitalità…

Ci sono mille modi di definire un sentimento importante come l’amicizia, con aforismi e sentenze; oppure ci si scrive un bel libro. Raffaele Mangano l’ha fatto: Il mio amico Abdul (Lupetti 2003, pp. 186 - € 12,00) è un raro esempio di come si possa dare il proprio contributo su un argomento spesso oggetto di vere dissertazioni filosofiche, senza mai annoiare e senza mai essere banali. Offrendo, semmai, più d’uno spunto di riflessione. Commuovendo o facendo sorridere. Sicuramente emozionando.

Nuova Agenzia Radicale ha intervistato lo scrittore milanese e gli ha chiesto a bruciapelo…

 

Allora Raffaele, che cos’è l’amicizia?

 

Un sentimento profondo, intenso. Un amore a cui manca solo il sesso. Per il resto ha gli stessi sintomi: la complicità, la voglia di condividere esperienze e interessi; desiderio di trascorrere il tempo assieme; la confidenza. Anzi per certi versi la vera amicizia è persino più forte e più salda. Talvolta anche una passione senza freni può sgonfiarsi e appassire. Ci sono amori folli e struggenti che improvvisamente avvizziscono. Non ho mai saputo di amicizie sincere che si frantumano. Ecco che cos’è l’amicizia; o per lo meno come io la intendo: un valore assoluto, incorruttibile; prezioso; vitale.

 

Il tuo romanzo mi è piaciuto molto perché conduce un sentimento forte come l’amicizia a spasso per il mondo: i tuoi personaggi diventano poeti, reporter, avventurieri o semplici sguardi ammirati e le loro mete sono affascinanti. Il legame che li unisce è una dimensione del viaggio. E viceversa. Come mai hai scritto proprio questo libro?

 

Perché era venuto il momento! Qualcuno ha scritto che i libri sono già scritti e che aspettano solo di trovare l’esecutore materiale. Ebbene Il mio amico Abdul esiste da almeno dieci anni. Il titolo è scritto in un’agenda del 1994. Fogli e appunti sparsi ci sono da tempo. Il libro mi stava “esaminando”. Poi ha deciso che fossi io l’estensore. Non è stato facile in effetti. Chi faceva resistenza ero io, non la storia. Alla fine ha vinto il libro!

 

Abdul è un giovane afgano e gli altri del gruppo lo vedono quasi come un eroe, quando riescono a incontrarlo… Infatti, nonostante le peripezie che ciascuno di loro vive, da solo o in compagnia, ogni tanto questi amici si ritrovano tutti insieme e sintetizzano le loro esperienze tra scherzi e serietà assoluta. Abdul è sicuramente quello che ha da raccontare più di tutti, per le sue esperienze dirette e soprattutto per la Storia che si porta dietro. In qualche modo, però, anche gli italiani del libro vivono in una dimensione che oggi è ritornata molto in voga (penso ai tanti film nelle sale in queste settimane). E quindi anche la loro Storia, quella di una “meglio gioventù”, è molto importante. Cosa ti ha spinto a far partire il tuo romanzo dal fatidico Sessantotto?

 

Il libro contiene una sola data ed è quella posta alla fine, non all’inizio. Perché la vicenda che ho raccontato in realtà è senza tempo; la si potrebbe ambientare in ogni epoca. Io ho scelto una specie di passato prossimo, molto prossimo, evitando accuratamente di parlare dei fatti recenti che hanno riguardato l’Afganistan. Difatti il racconto finisce all’epoca dell’invasione sovietica. Avevo bisogno di un intervallo temporale di almeno vent’anni e quindi ho pensato fosse interessante che nelle prime righe, proprio in avvio, ci fosse un cenno al maggio francese. Ma è solo un vago riferimento, giusto per dare al lettore un primo aggancio al periodo nel quale la storia si svolge.

 

Il mio amico Abdul non è il tuo primo romanzo. Non molto tempo fa hai pubblicato, sempre con Lupetti, Le lumache non bevono vino, il bizzarro e divertente racconto dei matti di una inverosimile “Villa Fiorita”. Da quella storia hai pure derivato una sorta di newsletter settimanale in cui ti rivolgi ai tuoi amici come foste i pazienti della storica clinica psichiatrica. Allora l’amicizia deve essere un po’ folle o meglio, mi viene da dire, irrazionale?

 

Sicuramente! Gli amici non si scelgono, càpitano. Non sappiamo perché! Talvolta sono talmente diversi da noi che appare inverosimile trovare affinità! Eppure è così. Uno dei personaggi del libro è ricavato da un mio grande amico. Ebbene credo che fossimo differenti in tutto. Ma spesso la diversità in realtà è una forma di complementarietà.

 

Con la tua newsletter (e un sito personale) utilizzi internet da un bel po’, che cosa pensi di questo strano mondo fatto di siti, e-mail, blog, forum e… agenzie on-line come la nostra?

 

Mi attrae e mi inquieta nello stesso momento. Da un lato ho scoperto un mondo nuovo, immaginabile, impensabile, esteso e capiente. E una forma di comunicazione formidabile. Mi scrivono lettori da ogni parte d’Italia e mi affascina questo scambio. Dall’altro però tutto rimane immateriale e labile. Basta premere un pulsante e un sito sparisce, un indirizzo si disfa. Talvolta le mail che viaggiano in questo iperspazio mi sembrano fiocchi di neve vuoti e senza valore. Manca la parte sensoriale della comunicazione, manca la corporeità degli incontri. E non riesco a colmare queste lacune.

 

Poiché il tuo romanzo è anche politico e poiché ho deciso di chiudere così tutte le mie “sinistre” interviste… Ti chiedo: è ancora possibile la rivoluzione in questo Paese?

 

Non so a quale rivoluzione fai riferimento. Sicuramente c’è bisogno di una rivoluzione di tipo culturale, morale, etica. Credo che siamo approdati al livello più basso di degrado civile. Difficile immaginare che un paese possa continuare a essere guidato da una classe politica rissosa, sbracata, violenta nei comportamenti e nelle parole. Sto dicendo classe politica nel suo insieme, senza rilievi partitici. Credo che noi tutti dobbiamo far sentire la nostra protesta e la nostra rabbia di cittadini offesi dall’arroganza dei potenti. Altrimenti diventeremo pecore che non sanno più nemmeno belare.

 

(Agenzia Radicale, 30/09/03)© Paolo Izzo

 

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